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30 film anime che dovreste vedere

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Con alle spalle una storia complessa, stratificata e assolutamente peculiare, quella degli anime è una delle industrie di primo piano in Giappone. Gli anime – neologismo nato in Giappone e ormai diffuso in tutto il mondo come abbreviazione di animation – hanno avuto il ruolo cruciale di segnare almeno un paio di generazioni.

Ridurre a 30 titoli una storia centenaria è arduo e magari un po’ ingiusto. Ma se l’intenzione – la nostra – è quella di ottenere una guida ragionata alla comprensione dell’universo meraviglioso che è l’animazione giapponese, allora 30 può essere un numero ragionevole. Ci sono titoli conosciuti, altri che sono letteralmente dei capolavori riconosciuti, altri ancora meno noti ma altrettanto interessanti.

Per effettuare una selezione ragionata di 30 titoli, ho chiesto una mano a Enrico Azzano (per me tra i massimi esperti italiani in ambito animato, direttore editoriale di Quinlan ma anche compagno di viaggio in alcuni miei lavori editoriali, l’ultimo dei quali è Studio Ghibli – Bietti Edizioni) e Italo Scanniello (tra gli YouTuber più preparati in circolazione – il suo canale si chiama Anime e Manga ITA – ma anche collaboratore del canale online VVVVID).

Dalla selezione sono esclusi titoli indipendenti (un settore florido e bellissimo nel campo animato nipponico) e titoli troppo datati per essere facilmente reperiti.

La leggenda del serpente bianco (Taiji Yabushita, 1958)

Cosa racconta?

Xu Xian, giovane ragazzo cinese, rimane colpito al mercato dalla bellezza di una femmina di serpente bianco e decide di acquistarla, salvo abbandonarla dopo aver scoperto della sua presunta natura malvagia. A seguito di un temporale, il serpente si trasforma in una bellissima donna di nome Bai Niang della quale Xu Xian si invaghisce. Il monaco Fa Hai, riconosciuta la natura di Bai Niang, tenta però di ostacolare la nascita del loro amore.

Perché guardarlo?

Basato su una leggenda cinese, Hakujaden fu il primo lungometraggio animato della storia del cinema giapponese. Ricalcando lo stile disneyano, Toei investì ben 40 milioni di yen (allora cifra molto alta per un film d’animazione) nella produzione, nel tentativo di imporsi sul mercato. L’atmosfera fiabesca del film, fatta di amori impossibili, magie e animali parlanti, richiamava moltissimo le storie usate dalla Disney per la realizzazione dei propri lungometraggi, aiutando Hakujaden a sbarcare anche oltreoceano.

A distanza di quasi 60 anni dalla sua uscita si nota però quanto il team di produzione non volesse farsi limitare dal pubblico di riferimento (i bambini), riuscendo a rendere il film adatto anche agli adulti, con momenti drammatici e tanta concentrazione sulla storia d’amore di Xu Xian e Bai Niang.

(i.s.)

La grande avventura del piccolo principe Valiant (Isao Takahata, 1968)


Cosa racconta?

Hols vive col padre isolato dal resto del mondo. Dopo aver causato indirettamente il risveglio di un gigante di pietra, estrae dalla sua schiena una spada che gli viene rivelato essere la leggendaria “Spada del sole”. A seguito della morte del padre, Hols decide di partire alla volta del suo villaggio d’origine, dal quale il genitore era scappato dopo la sua nascita.

Perché guardarlo?

All’alba delle grandi contestazioni giovanili del Sessantotto, Toei attraversava un momento di forte contrasto con i membri dello staff, che si lamentavano dei folli ritmi lavorativi e della scarsa libertà creativa. Elementi fondamentali della protesta furono Yasuo Otsuka, Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che ottennero carta bianca per la realizzazione di un lungometraggio animato, proprio quello di cui stiamo parlando.

Pur avendo direttive ben precise di realizzare un film destinato ai bambini, Otsuka e Takahata (che idearono insieme il soggetto ispirandosi a una pièce per il teatro delle marionette) svilupparono un’opera estremamente matura, che ancora oggi stupisce per la fattura d’alto livello. In un mondo completamente immerso nelle impervie della natura, Hols deve affrontare un percorso di crescita costellato di avversità per essere l’eroe che la sua gente sta aspettando. Takahata diede al lungometraggio uno stile registico ben definito, fatto di lunghe inquadrature e silenzi più significativi di mille parole, ponendo l’attenzione sul processo di maturazione del suo protagonista.
Un film pregevole che, malgrado il flop al botteghino, dimostrò che usare l’animazione per veicolare forti emozioni e raccontare una storia adulta era possibile.

(i.s.)

Belladonna of Sadness (Eiichi Yamamoto, 1973)

Cosa racconta?

Un villaggio della Francia, immerso in un immaginario Medioevo. Jeanne e Jean si amano e vogliono sposarsi, ma non hanno fatto i conti con il feudatario locale. con l’invidia e la lussuria che si abbattono sulla bellezza di Jean, con la peste e con il Diavolo…

Perché guardarlo?

Non poteva che finire male l’avventura della (prima) Mushi Production e del progetto Animerama, ovvero animazione per adulti, visivamente e narrativamente ambiziosissima. Dopo Le mille e una notte (1969) e Kureopatora (1970), Belladonna of Sadness fu una sorta di meraviglioso suicidio, di ultimo atto artistico e ribelle. Eiichi Yamamoto orchestrò una storia umanamente terribile (la sequenza indescrivibile dello stupro!), tratta liberamente da La strega di Michelet, e delle animazioni che riecheggiavano senza timori reverenziali le linee e i cromatismi di Redon, Schiele e Klimt. Strepitosa e ammaliante anche la colonna sonora.

(e.a.)

Mobile Suit Gundam III: Incontro nello spazio (Yoshiyuki Tomino, Yoshikazu Yasuhiko, 1982)

Cosa racconta?

Ritornata nello spazio, la Base Bianca si dirige verso la neutrale Side Sei, dove Amuro ritrova il padre, s’imbatte nel rivale Char e incontra la newtype Lalah. Intanto, le forze della Federazione Terrestre convergono verso Solomon per la battaglia finale contro il Principato di Zeon…

Perché guardarlo?

Capitolo conclusivo della trilogia tratta dalla serie cult di Yoshiyuki Tomino, Mobile Suit Gundam III: Incontro nello spazio andrebbe visto sul grande schermo per cogliere pienamente il senso dell’operazione (non dissimile dalle riduzioni cinematografiche di Corazzata spaziale Yamato o Galaxy Express 999) e per immergersi totalmente nella grandeur di una space opera capace di cambiare per sempre l’immaginario delle serie robotiche. Incontro nello spazio fu il canto del cigno dell’età dell’oro dell’industria degli anime, quei favolosi anni Settanta che ci avevano regalato incredibili visioni del/dal futuro con Gundam, Galaxy Express 999, Conan, Capitan Harlock

(e.a.)

Barefoot Gen (Mori Masaki, 1983)

Cosa racconta?

Il piccolo Gen vive con la propria famiglia, a Hiroshima. Siamo agli ultimi tragici eventi della Seconda guerra mondiale: il 6 agosto 1945 è una tranquilla mattina d’estate, il cielo è limpido, e un bombardiere a stelle e strisce sta sorvolando la città…

Perché dovreste vederlo?

Tratto dal monumentale e omonimo manga di Keiji Nakazawa (arrivato in Italia col titolo Gen di Hiroshima), Barefoot Gen riesce nell’impresa di trasporre in immagini l’orrore altrimenti indescrivibile dell’olocausto nucleare. Basterebbe la sequenza del fungo atomico che spazza via Hiroshima per consegnare alla storia del cinema la pellicola di Mori Masaki: una manciata di terribili minuti, visivamente folgoranti, emotivamente strazianti. Sostenuto dal talento grafico e pittorico di Kazuo Tomizawa e Kazuo Oga, Masaki rese un pregevole servigio alle tavole di Nakazawa, traboccanti vita e morte, tragedia e speranza.

(e.a.)

Macross – Do you remember Love? (Shoji Kawamori e Noboru Ishiguro, 1984)

Cosa racconta?

La Fortezza Dimensionale Macross, nave spaziale crollata sulla terra e riconvertita per l’uso, viene attaccata da una specie aliena dedita alla guerra nota come Zentradi. Nel tentativo di salvare l’idol Lynn Minmai mentre la nave compie un salto spaziale per evitare l’attacco, Hikaru Ichijo, un giovane pilota dei caccia transformabili Valkyrie, rimane intrappolato con lei per giorni all’interno di una sezione della fortezza, dando inizio a una storia d’amore che farà da sfondo alla lotta per la sopravvivenza della Macross.

Perché guardarlo?

Shoji Kawamori e Noboru Ishiguro, due figure di primo piano della scena sci-fi animata giapponese, ripresero la prima storica serie di Macross del 1982 per rivestirla con abiti nuovi fatti su misura. Eliminando ogni punto morto della narrazione e innalzando il livello tecnico a vette ancora oggi riguardevoli, i due registi confezionarono una storia del tutto attuale sulla potenza della cultura e dell’amore. Può l’arte infrangere le barriere linguistiche e cambiare le idee di una persona o, in questo caso, di un’intera razza aliena?

Tutto girava attorno all’idea intelligente di differenziare gli Zentradi da qualsiasi stereotipo e permettere alla musica di avere un ruolo chiave nella narrazione.

(i.s.)

Nausicaä della Valle del vento (Hayao Miyazaki, 1984)

Cosa racconta?

Mille anni dopo una guerra termonucleare che ha devastato e scoinvolto l’intero pianeta, i pochi umani superstiti vivono in una sorta di società medievale, divisi in due regni e minacciati dalla Giungla tossica, un’enorme foresta che rilascia spore velenose. La giovane Nausicaä, figlia del re della Valle del vento, porta avanti una personale crociata per dimostrare al mondo intero come sia possibile convivere con la Giungla.

Perché guardarlo?

Dopo aver dimostrato al mondo intero di non essere semplicemente un animatore di grande talento debuttando alla regia de Il castello di Cagliostro, Hayao Miyazaki iniziò a lavorare per la rivista Animage al manga di Nausicaä della Valle del vento, ottenendo poi la possibilità di realizzarne un adattamento animato grazie al forte apprezzamento di Toshio Suzuki, che in futuro sarebbe diventato il principale produttore dello Studio Ghibli.

Creando un’ambientazione particolarissima in cui l’umanità è costretta a pagare per i propri sbagli del passato, Miyazaki diede voce e forma all’impellente bisogno di raccontare le proprie preoccupazioni sull’azione dell’uomo nei confronti della natura. Differentemente dai suoi simili, Nausicaä decide di dedicare la propria vita alla comprensione di ciò che la circonda, animata da un profondo amore nei confronti del mondo in cui abita, mentre attorno a lei i superstiti perseverano nei propri sbagli rimanendo confinati nell’egoismo che li ha portati al disastro.

Avvalendosi dell’aiuto di Kazuo Komatsubara per realizzare il character design, Miyazaki realizzò un film tecnicamente pregevole (in cui spicca lo splendido cut del giovanissimo Hideaki Anno) che pur basandosi su di una storia allora incompleta riesce a veicolare perfettamente un messaggio importante e stratificato.

(i.s.)

Le ali di Honneamise (Hiroyuki Yamaga, 1987)

Cosa racconta?

In un mondo alternativo, il pigro Shirotsugh Lhadatt lavora nell’agenzia spaziale, una sezione militare inutile dato che la nazione sta per entrare in guerra. Dopo aver incontrato Riquinni, di cui si innamora, il lancio nello spazio del primo astronauta diventa lo scopo della sua vita.

Perché guardarlo?

In Italia è passato solo in VHS ed è davvero un peccato, perché questo lungometraggio segnò l’esordio della Gainax, la casa di produzione fondata, tra gli altri, da Hideaki Anno. Qualitativamente è uno spettacolo, stupisce per la minuziosità con cui lo staff si adoperò per creare un mondo alternativo credibile, ma è il discorso pacifista portato avanti a risultare più interessante del conenitore: l’esplorazione dello spazio diventa l’unico modo per rimpicciolire, fino a cancellarli, gli inutili conflitti del nostro piccolo mondo. Affascinante.

(a.f.)

Akira (Katsuhiro Ōtomo, 1988)

Cosa racconta?

Neo-Tokyo, 2019. Ricostruita dopo la devastazione della Terza guerra mondiale, la città è in balia del caos, tra bande di motociclisti che imperversano lungo le strade, atti terroristici e fanatici che attendono il ritorno del leggendario Akira. Durate una scorribanda notturna in moto, Tetsuo e Kaneda si imbattono in uno strano ragazzino…

Perché guardarlo?

Visivamente imponente, in largo anticipo sui tempi, Akira è stata, con Blade Runner e Ghost in the Shell, una delle poche opere in grado di predire il domani, di mettere in scena mondi e città futuribili, di centrare con millimetrica precisione delicatissime questioni etiche ma anche dannatamente pratiche. Nelle sue possibili diramazioni, spesso ricoperte da una visibile patina di polvere, la fantascienza cyberpunk trova nel blockbuster animato di Ōtomo un rappresentante ancora viva e pulsante. Come vive e pulsanti sono la carne e il metallo che assumono dimensioni apocalittiche in uno dei finali (e delle pellicole) più iconici della storia del cinema.

(e.a.)

Il mio vicino Totoro (Hayao Miyazaki, 1988)

Cosa racconta?

Le sorelline Satsuki e Mei si trasferiscono col papà in campagna. La mamma, debilitata da una lunga malattia, è ricoverata in un ospedale vicino. Immerse nella natura e nella loro fanciullezza, le due bambine scoprono un mondo fatato, abitato da paciose creature…

Perché dovreste guardarlo?

La placida campagna giapponese degli anni Cinquanta, due amabilissime sorelline, uno spirito paffuto e bonaccione. E poi un gatto gigante a forma di autobus, spiritelli della fuliggine e alberi enormi che crescono in una sola notte… Totoro è diventato il logo dello Studio Ghibli, simbolo di una forza immaginifica straordinaria, ma anche della capacità di raccontare storie ad altezza di bambino. Poesie visive. Quadri in movimento. La semplicità e l’immediatezza della narrazione. La perfezione delle animazioni, dei colori, dei fondali. Akira Kurosawa lo considerava uno dei titoli più significativi della storia del cinema… e chi siamo noi per contraddirlo?

(e.a.)

Una tomba per le lucciole (Isao Takahata, 1988)

Cosa racconta?

È la storia di Seita e Setsuko all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, quando, rimasti orfani, lottano contro tutto e tutti per la propria sopravvivenza.

Perché guardarlo?

È forse l’opera più disincantata e straziante dell’intera produzione dello Studio Ghibli, nata per essere proiettata assieme a Il mio vicino Totoro, che ne è l’opposto. In Una tomba per le lucciole Takahata fece convergere il suo amore incondizionato per il cinema, dando vita a una pellicola che sfiorava il neorealismo e che non aveva paura di affrontare il dramma inconciliabile che le sofferenze disumane del Dopoguerra avevano inflitto a bambini rimasti soli in balia di se stessi.

Takahata non si limitò a esasperare la componente drammatica: ciò che rende Una tomba per le lucciole un gioiello della storia animata nipponica è la scelta di contaminare questo dramma storico con sfumature sognanti e poetiche, dando vita a una convivenza di dolore e speranza che eleva il film a capolavoro indiscusso.

(a.f.)

Venus Wars (Yoshikazu Yasuhiko, 1989)

Cosa racconta?

Nel 2087, nella Venere colonizzata, le due nazioni di Aphrodia e Ishtar sono in guerra. Hiro Seno, un pilota di rolling game, si ritrova nel bel mezzo della guerra, mentre la giornalista Susan Sonntag, di cui è innamorato, cerca di ottenere lo scoop definitivo. Entrambi avranno un ruolo cruciale nella fine del conflitto.

Perché guardarlo?

Ai più il nome di Yoshikazu Yasuhiko non dirà niente, eppure il suo ruolo nella storia dell’animazione giapponese è di rilievo. Collaboratore storico di Yoshiyuki Tomino, Yasuhiko ha contribuito al character design di opere fondamentali come Gundam. In Venus Wars è in veste di regista e sceneggiatore, dimostrando tutta la sua passione per il mecha design ma anche per tematiche di un certo spessore.

Venus Wars è infatti un’opera di fantascienza che parla della guerra e dei suoi orrori, di come il conflitto possa distruggere i sogni di intere generazioni. A contare maggiormente è l’atmosfera che Yasuhiko riesce a creare, complice anche l’ambientazione venusiana. Per cura dei dettagli e coinvolgimento emotivo, Venus Wars non ha nulla da invidiare ai titoli ben più risonanti. 

(a.f.)

Pioggia di ricordi (Isao Takahata, 1991)

Cosa racconta?

Taeko è una donna vicina ai trenta anni, una comune impiegata in un’azienda di Tokyo che decide di fare un viaggio in campagna per fuggire dalla monotonia della città. Durante il viaggio in treno, i ricordi della sua infanzia la assalgono e si sovrappongono al presente, generando nella protagonista un inarrestabile fiume di nostalgia.

Perché guardarlo?

Prendendo come base un manga destinato a un pubblico prevalentemente femminile, Isao Takahata decise di raccontare la storia di una persona qualunque mettendo in risalto quanto la vita di chiunque in questo mondo sia importante e degna di essere narrata.

Taeko è una modesta impiegata, ma il suo passato nasconde sensazioni fortissime comuni a tutti gli spettatori: rimpianti, solitudine, amore. Spesso però il passato e le emozioni che porta con sé sono un ostacolo per percepire davvero cos’è il presente, e le scelte compiute un’immagine sbiadita di ciò che si era. Bisogna comprendersi e non lottare col rimorso di aver preso la strada sbagliata, perché la vita è l’unica cosa che abbiamo.

(i.s.)

Patlabor 2: The Movie (Mamoru Oshii, 1993)

Cosa racconta?

Dopo essere stato abbandonato dall’ONU in Cambogia nel corso di un’operazione militare, Yukihito Tsuge medita vendetta organizzando un sofisticato piano terroristico. A cercare di fermarlo, ma anche di capirne le reali motivazioni, sarà il gruppo di agenti che erano membri della Seconda Sezione Veicoli Speciali (i cosiddetti Patlabor). 

Perché dovreste vederlo?

Patlabor 2 è tra i film meno noti di Mamoru Oshii eppure è anche uno dei suoi lavori più importanti. L’intenzione è chiara e sorprendente: tradire completamente lo spirito del manga originario di Masami Yuki e creare un film animato che distrugga ogni preconcetto nei confronti degli anime.

Grazie alla sceneggiatura di Kazunori Ito, che esaspera la componente filosofica ma genera anche tensione narrativa, e alla regia straniante e sospesa di Oshii, Patlabor 2 diventa così un film che per importanza dei temi trattati (tra cui il significato della guerra e della pace nel mondo interconnesso e illusorio di oggi), cura dei dettagli e impianto della messa in scena non sfigurerebbe al fianco delle grandi opere della Settima Arte.

La sequenza in cui nevica e tutto sembra rimanere sospeso in eterno, mentre le musiche di Kenji Kawai rimarcano un’alienazione che è propria dell’umanità intera, è tra le più belle della storia dell’animazione giapponese. Lento, complesso, non facile, ma davvero immancabile.

(a.f.)

Ghost in the Shell (Mamoru Oshii, 1995)

Cosa racconta?

2029. Il mondo è una grande rete informatica. Uomini e donne hanno sostituito parti dei loro corpi con impianti cibernetici, o sono completamente robotici. In questo scenario, l’agente cyborg Motoko Kusanagi dovrà fronteggiare il Burattinaio, un misterioso e inafferrabile Hacker…

Perché guardarlo?

Dichiarata fonte d’ispirazione delle sorelle Wachowski (Matrix e molto altro), infelicemente rifatto in carne e ossa da Rupert Sanders, Ghost in the Shell è il punto d’arrivo della fantascienza cyberpunk, nonché di ripartenza: una riflessione complessa e stratificata sull’esistenza, sulla carne e il metallo, sulla rete e le anime digitali, sullo spirito e il suo guscio.

Dal manga di Masamune Shirow si è diramato un franchise potenzialmente infinito (anche nelle sue declinazioni meno fertili), ma gli occhi e il corpo del cyborg Motoko rivendicano oggi e sempre la loro assoluta centralità. Vivamente consigliata anche la visione del sequel Ghost in the Shell – L’attacco dei cyborg (2004), sempre diretto Oshii.

(e.a.)

Perfect Blue (Satoshi Kon, 1997)

Cosa racconta?

L’idol Mima Kirigoe, all’alba di un grande successo per il suo gruppo, decide di abbandonare le scene musicali per dedicarsi alla recitazione. Tra i cori di disappunto dei suoi fan fuoriescono minacce di morte e un inquietante sito che riporta con precisione ogni sua giornata. Tra la paranoia di essere seguita e l’offerta di recitare una scena di stupro, la mente di Mima inizia a vacillare, portandola a essere coinvolta – o forse no – in una serie di omicidi da cui discolparsi.

Perché guardarlo?

Il compianto Satoshi Kon firma un’esordio incredibile che ancora oggi, a distanza di oltre 20 anni, molti tra i suoi fan considerano il suo film migliore. Costruendo attorno alla trama una solida impalcatura da thriller, Kon gestisce con minuziosità il crescendo della tensione, arricchendo una storia già profondamente coinvolgente con un’acuta critica nei confronti della società giapponese, dipinta con tutte le sue ossessioni attraverso il complicato mondo dello spettacolo. Centro di tutto rimane però il personaggio di Mima, le cui crescenti paranoie conducono alla risoluzione di un mistero abilmente costruito: il passato che torna a tormentarla, la visione di un’esistenza spensierata, la delusione di un presunto fan che si tramuta in odio.

Note di pregio il comparto degli animatori, composto da eccellenze del settore come Mitsuo Iso, Takeshi Honda e Shinji Yoshimoto, e il pregevole character design curato da Hideki Hamasu assieme allo stesso Kon.

(i.s.)

Principessa Mononoke (Hayao Miyazaki, 1997)

Cosa racconta?

Giappone, epoca Muromachi. Costretto ad affrontare e uccidere un cinghiale divenuto demone, il giovane Ashitaka è ferito a un braccio e infettato dallo spirito rancoroso. Abbandonato il suo villaggio, si mette in viaggio per cercare una possibile cura.

Perché guardarlo?

Una fase cruciale del cinema di Miyazaki si conclude proprio con Principessa Mononoke, che è una sorta di sequel teorico/politico della pellicola Nausicaä della Valle del vento (1984) e delle più ampie riflessioni dell’omonimo manga iniziato nel 1982 e concluso nel 1994. Le lotte di Ashitaka e San, delle divinità animali e della Città del Ferro sono lo specchio di una disillusione, della resa alla realtà: non c’è più spazio per le imprese messianiche di Nausicaä.

Straordinario a livello tecnico-artistico: le magie dell’art director Kazuo Oga, il lavoro irripetibile della colour designer Michiyo Yasuda e le note imponenti di Joe Hisaishi.

(e.a.)

Jin-Roh (Hiroyuki Okiura, 1999)

Cosa racconta?

In un universo alternativo, nel Giappone degli anni Sessanta, Kazuki Fuse, membro di un reparto militare noto come Kerberos, fa i conti con le conseguenze delle proprie azioni. Contemporaneamente si innamora della sorella di una terrorista che ha visto morire davanti ai suoi occhi e rimane invischiato in una serie di oscuri complotti politici e militari.

Perché guardarlo?

Il film è diretto da Hiroyuki Okiura, ma di fatto si tratta di una creatura intrinsecamente legata alla visione cinematografia di Mamoru Oshii, che ne ha scritto soggetto e sceneggiatura. Al di là della pregevole parte tecnica, che conta un comparto di primissimo livello (in cui spiccano il character design dello stesso Okiura e le musiche di Hajime Mizoguchi), Jin-Roh è destinato a diventare un film di riferimento nella storia dell’animazione giapponese per il modo in cui mette in scena un mondo crudele attraverso la rivisitazione della fiaba di Cappuccetto rosso collocandola in un discorso ampio e complesso che riguarda la storia e la politica giapponese del secondo dopoguerra (in questo forma un dittico perfetto con Patlabor 2). Il tutto incastonato in una messa in scena ipnotica e poetica. 

(a.f.)

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

Cosa racconta?

Chihiro è in viaggio con i genitori verso la sua nuova casa nella sua nuova città quando scopre per caso un paesino che pare abbandonato. Da lì Chihiro, dopo aver visto i propri genitori trasformarsi in maiali, inizierà un’avventura magica in cui dovrà riappropriarsi della propria vita per salvare i parenti. Ad accompagnarla ci saranno diversi personaggi, tra cui il giovane Haku.

Perché guardarlo?

La città incantata è tra i film più noti del maestro Miyazaki, un’opera meravigliosa in cui l’equilibrio di ogni singola parte va a comporre un quadro affascinante e complesso che è anche la summa della poetica del suo autore. Arrivato in Italia con due anni di ritardo, il film ha svolto un ruolo predominante per una nuova e frizzante stagione in cui l’animazione giapponese è diventata protagonista non solo in termini distributivi ma anche di apprezzamento critico. Non a caso il film ha vinto l’Orso d’oro a Berlino (ex aequo con Bloody Sunday) e il famigerato Oscar come miglior film animato.

La città incantata racchiude un po’ quello che è il corpus cinematografico miyazakiano: al di là della dimensione magica e favolistica, ci racconta il delicato e cruciale passaggio all’età adulta, un addio all’innocenza e a quel momento in cui ai nostri occhi ogni cosa è possibile. 

(a.f.)

Metropolis (Rintarō, 2001)

Cosa racconta?

È la storia di Kenichi e della sua amicizia con Tima, un androide destinato a cambiare il destino di Metropolis, una città-stato in un retrofuturo in cui gli uomini vivono assieme ai robot. 

Perché guardarlo?

Metropolis, pur nella sua imperfezione, rappresenta un ardito tentativo di sintetizzare diverse concezioni di cinema e di racconto. Il film è tratto da un manga di Osamu Tezuka, che a sua volta voleva omaggiare l’omonimo film di Fritz Lang. È prodotto da Toshio Suzuki (sì, quello dello Studio Ghibli), diretto da Rintarō (X, Alexander) e scritto da Katsuhiro Ōtomo.

In pratica si tratta di un vero e proprio kolossal nipponico, in cui lo sfarzo visivo si accompagna al tentativo di ricondurre il concetto di coscienza robotica a un discorso politico e solo minimamente esistenziale, il tutto accompagnato da una messa in scena fastosa che integra animazione tradizionale e computer graphic. Probabilmente troppo, ma il fascino complessivo resta comunque di altissimo livello. 

(a.f.)

Tokyo Godfathers (Satoshi Kon, 2003)

Cosa racconta?

La vigilia di Natale un neonato abbandonato viene ritrovato da tre senzatetto: Hana (un travestito omosessuale), Gin (un alcolizzato che ha abbandonato la famiglia) e Miyuki (una giovane ragazza fuggita dai propri genitori).

Perché dovreste vederlo?

In pochi come Satoshi Kon sono stati in grado di dare un contributo fondamentale e incisivo all’animazione giapponese. Tokyo Godfathers è il suo terzo film dopo Perfect Blue e Millennium Actress, apparentemente un divertissement, in realtà un complesso ragionamento che si costruisce su differenti direttive.

L’amore per la Settima Arte che diventa discorso metacinematografico (il film si ispira all’opera di Peter B. Kyne e in particolare all’adattamento cinematografico che ne fece John Ford in In nome di Dio, 1948); i personaggi che sono veri e sinceri, con un proprio retroterra drammatico; l’opportunità per Kon di dar sfogo al proprio virtuosismo, grazie a un gioco di scatole cinesi che sono i generi cinematografici. Divertente ed emozionante.

(a.f.)

Mind Game (Masaaki Yuasa, 2004)

Cosa racconta?

Nishii si trova a 20 anni a sognare un futuro da celebre mangaka pur essendo, in poche parole, un vero e proprio sfigato. Un nuovo incontro con l’amica di infanzia Myon, da sempre amata come nella tradizione delle storie romantiche, lo trascina in un vortice di eventi assurdi.

Perché guardarlo?

L’approccio di Masaaki Yuasa all’animazione è sempre stato folle e sregolato, per quanto comunque governato da una precisa ideologia: far muovere tutto alzando sempre di più l’asticella, sia in televisione che nel cinema. Mind Game è un enorme gioco di forme, stili e colori, un tentativo ben riuscito di mettere al centro la tecnica facendoci girare attorno una storia altrettanto fuori di testa in cui la voglia di vivere, godendosi fino in fondo le proprie aspirazioni, ha un ruolo fondamentale.

(i.s.)

Paprika – Sognando un sogno (Satoshi Kon, 2006)

Cosa racconta?

Una nuova invenzione, chiamata DC Mini, permette agli psicoanalisti di immergersi nei sogni e nel subconscio dei propri pazienti. La dottoressa Atsuko Chiba comincia a utilizzare questo strumento al di fuori della struttura ospedaliera.

Perché guardarlo?

Forse l’opera più conosciuta del compianto Satoshi Kon, autore che nel giro di pochi film (e una serie capitale, Paranoia Agent) ha segnato l’immaginario dell’animazione nipponica, influenzando più di un regista hollywoodiano (su tutti, Christopher Nolan e il suo Inception).

Visivamente caleidoscopico e imprevedibile, ricchissimo e debordante, Paprika – Sognando un sogno è un susseguirsi di mondi che si aprono, si intrecciano, si fondono e confondono, polverizzando in un batter di ciglia il confine tra realtà e sogno. Un tour de force visionario, capace di dare corpo ai labirintici percorsi della mente, della psiche.

(e.a.)

Tekkonkinkreet – Soli contro tutti (Michael Arias, 2006)

Cosa racconta?

A Treasure Town, una folle città dove regna la criminalità mafiosa degli yakuza, due fratelli orfani cercano di sopravvivere alla sopraffazione e alla violenza, senza perdere il desiderio di sognare un futuro migliore. 

Perché guardarlo?

Un po’ come Metropolis di Rintarō, Tekkonkinkreet è un esperimento animato che mescola differenti approcci al cinema e all’animazione: è prodotto dallo Studio 4°C, diretto dall’americano Arias, scritto da Anthony Weintraub, tratto dal manga omonimo di Tayo Matsumoto (l’autore di Sunny) e musicato dai Plaid, un gruppo musicale britannico.

Il risultato riesce a non essere schizofrenico, anzi, è esaltante. Grazie ai fondali di chiara ispirazione franco-belga, Arias riesce a mantenersi fedele allo spirito originale del manga, costruendo una storia che impressiona per qualità tecnica ma che riesce anche a commuovere, muovendo due fratelli che lottano per mantenere intatta la propria innocenza, il tutto immerso nel caos full color di Treasure Town. Ipnotico e toccante al tempo stesso.

(a.f.)

Sword of the Stranger (Masahiro Andō, 2007)

Cosa racconta?

Nel Giappone feudale, Kotaro, un bambino in fuga da alcuni guerrieri cinesi inviati dall’imperatore Ming, incontra un samurai vagabondo “Senza nome”. I due finiranno con il legarsi indissolubilmente, facendo fronte comune alla minaccia dei guerrieri cinesi, di cui uno sembra letteralmente imbattibile. Riuscirà Senza Nome a batterlo e a salvare Kotaro?

Perché guardarlo?

Sword of the Stranger è un’opera che riduce la dimensione concettuale per lasciar spazio unicamente a quella dell’azione. Se da una parte si limita a raccontare la genesi di una famiglia atipica, attraverso cui il protagonista rinasce e ritrova la propria umanità, dall’altra è chiaro che l’intento del regista sia quello di costruire una struttura d’intrattenimento giocata sulle splendide animazioni nei combattimenti, sui fondali mozzafiato che esaltano i colori dell’autunno e dell’inverno, su una regia virtuosa e sulle adrenaliniche musiche di Naoki Satō. Un grande omaggio, come ha dichiarato lo stesso regista, al cinema di Akira Kurosawa e Sergio Leone.

(a.f.)

Summer Wars (Mamoru Hosoda, 2009)

Cosa racconta?

Kenji è invitato nella casa di campagna della famiglia da Natsuki, una compagna di cui è innamorato. Lì, per errore, si ritrova responsabile di un clamoroso attacco hacker alla più grande piattaforma virtuale del mondo, Oz. L’attacco, però, sembra trasformarsi in qualcosa di più pericoloso. 

Perché guardarlo?

Lo si aspettava al varco, Mamoru Hosoda, dopo lo splendido La ragazza che saltava nel tempo (2006). Con Summer Wars, che ha vinto il Pardo d’Oro al Festival del Film di Locarno, abbiamo avuto la conferma di trovarci di fronte a uno dei nomi più importanti della nuova generazione di autori di animazione giapponese.

Hosoda coniuga il desiderio fantasmagorico tipico dello Studio Ghibli con un’attenta analisi del presente e del sociale, pur non rinunciando a un ritmo crescente (quasi action) e a una dimensione melodrammatica mai furba ma sempre sincera. Grazie al character design di Yoshiyuki Sadamoto (Evangelion) e alle notevoli animazioni curate da MadHouse, Summer Wars è sicuramente tra i film da vedere in assoluto, anche per i neofiti in campo animato.

(a.f.)

Wolf Children – Ame e Yuki i bambini lupo (Mamoru Hosoda, 2012)

Cosa racconta?

In un mondo simile al nostro, l’universitaria Hana si innamora perdutamente di un uomo. Una situazione molto comune turbata però da un segreto particolare: l’uomo è in realtà l’ultimo esemplare del Lupo di Honshu, specie ormai estinta. Animata da un profondo sentimento, Hana decide comunque di costruire una famiglia con lui fino ad avere due bambini: Yuki, nata durante una giornata nevosa, e Ame, arrivato con la pioggia. A seguito della morte accidentale dell’amato, si ritroverà a dover crescere due “ibridi” in una società che non sembra aver posto per loro.

Perché guardarlo?

Nell’opera prima del suo Studio Chizu, Mamoru Hosoda riprende alcune delle tematiche a lui care (famiglia, società e natura, diversità) per affrontare una storia apparentemente banale ma quantomai adatta al regista di Toyama.

In uno sfondo rurale, la storia dei due bimbi-lupo si articola in una disperata ricerca di un posto nel mondo, centrando la necessità di ogni essere vivente di appartenere a qualcosa. L’amore incondizionato di una madre, il richiamo della natura, le avversità della società umana: tutti elementi necessari a completare un puzzle magnifico impreziosito dall’attenta regia di Hosoda, fatta di pochi ma emozionanti movimenti di camera.

(i.s.)

Si alza il vento (Hayao Miyazaki, 2013)

Cosa racconta?

Ispirandosi al celebre ingegnere aeronautico italiano Giovanni Battista Caproni, il giovane Jirō Horikoshi riesce a realizzare il sogno che ha inseguito fin da bambino: progettare splendidi aeroplani. Il suo lavoro con la Mitsubishi lo avvicinerà agli aerei da caccia e all’orrore della guerra…

Perché guardarlo?

Addio o non addio all’animazione e al grande schermo, Si alza il vento chiude comunque un cerchio poetico, artistico, politico e umano. Opera destinata a un pubblico adulto, consapevole del percorso miyazakiano, Si alza il vento rovescia il consueto immaginario ghibliano, ragiona sulla creatività, sull’ambizione e le relative conseguenze sui rapporti umani, sull’orrore della guerra.

I sogni e il cielo non sono più un rifugio, ma si tingono di nero, invasi dalla cruda realtà e da incubi tangibili: il film della maturità, con l’amore e il dolore che prendono il sopravvento sul celeberrimo universo fantasy/fantastico di Hayao Miyazaki.

(e.a.)

La storia della principessa splendente (Isao Takahata, 2013)

Cosa racconta?

Adattamento di un raconto popolare del Decimo secolo, è la storia della principessa Kaguya, trovata e cresciuta da un tagliatore di bambù e da sua moglie, da quando è una neonata a quando, adulta, è costretta a vivere nella sofferenza di una società che non la comprende.

Perché guardarlo?

Il film con cui Takahata dà il suo commiato al cinema è pura poesia visiva. Lontano dall’estetica tipica dello Studio Ghibli, La storia della principessa splendente non solo trova un’espressione visiva magnificente, sperimentale, dove le forme spesso si frantumano in favore di un effetto pittorico strabiliante, ma riesce anche nell’intento di declinare una storia della tradizione nipponica in sguardo universale sull’esistenza, il tutto avvolto da una dimensione nostalgica e sognante. Mastodontico.

(a.f.)

Your name. (Makoto Shinkai, 2016)

Cosa racconta?

Mitsuha vive in una cittadina rurale e vorrebbe trasferirsi a Tokyo. Taki vive a Tokyo e lavora part-time in un ristorante italiano. Una notte, Mitsuha sogna di essere un giovane uomo e si ritrova in una stanza che non conosce. Nello stesso momento, Taki sogna di essere una ragazza.

Perché guardarlo?

Inatteso e straripante campione d’incassi, uscito con successo anche nel Bel Paese e in giro per il Mondo, Your name. (col punto!) ha consacrato l’arte di Makoto Shinkai, regista e animatore di notevole talento, per anni offuscato da Miyazaki.

Your name. è la summa di una poetica che riesce a coniugare millimetrici minimalismi e distanze abissali, amori adolescenziali e paradossi temporali, slanci da otaku e fondali pittorici abbacinanti, maniacali nella loro certosina perfezione. Uno stile e un’animazione che si ripete, sempre uguale e sorprendentemente sempre viva e pulsante, come le corse a perdifiato e i battiti del cuore dei suoi giovani protagonisti.

(e.a.)

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