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Neil Gaiman: “Vi spiego perché il nostro futuro dipende dalla lettura e dalla fantasia”

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di Donato Sambugaro

Il 14 ottobre 2013 la Reading Agency, un’agenzia no profit del Regno Unito che si occupa di promuovere la lettura e l’alfabetizzazione, ha invitato lo scrittore Neil Gaiman – tra le altre cose sceneggiatore del fumetto cult Sandman e autore del romanzo American Gods – a tenere una lectio magistralis sull’importanza delle biblioteche, della lettura e dell’immaginazione, in particolare per giovani e bambini. L’intervento, che si è tenuto nella sede londinese dell’istituzione, è stato poi ripreso da molti giornali e in particolare da un lungo articolo del Guardian.

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Neil Gaiman durante il suo intervento | Foto: Robin Mayes © Reading Agency

«Voglio dirvi perché leggere narrativa, e leggere per il proprio piacere, è una delle cose più importanti che una persona può fare. E voglio fare un appello cosicché le persone capiscano cosa sono le biblioteche e i bibliotecari, e perché entrambe queste cose vanno difese».

Gaiman ha parlato alternando all’autoironia toni più seri e impegnati: «Io sono di parte: sono un autore e per trent’anni mi sono guadagnato da vivere con le parole. Quindi sono di parte come scrittore, ma lo sono ancora di più come lettore. E per questo sono qui a parlare stasera, sotto l’egida di un ente [la Reading Agency appunto] che sostiene programmi di alfabetizzazione e incoraggia la lettura. Perché tutto cambia quando leggiamo, e io voglio parlare di questo cambiamento e dell’atto della lettura».

Lo scrittore si è fatto ancora più serio nel toccare il tema della correlazione tra la lettura (e quindi l’alfabetizzazione) e la crescita della popolazione di un Paese, portando come esempio la correlazione tra la scolarizzazione e il livello di criminalità presente in una società. Negli Stati Uniti – ha detto – paese in cui è in grande crescita il settore della costruzione di prigioni “private”, il criterio con cui viene stimato il numero futuro dei carcerati viene semplicemente calcolato partendo dalla percentuale di giovani (10 e 11 anni) che dichiarano di non saper leggere.

Proseguendo nel suo ragionamento, Gaiman ha parlato a lungo del tema che evidentemente gli stava più a cuore, cioè del peso e dell’importanza della lettura durante l’infanzia:

«La narrativa è la droga che fa da porta d’ingresso alla lettura. Non penso che esistano una cosa come “un cattivo libro per bambini”: è una fesseria, è snobismo, ed è una stupidaggine. Non scoraggiate i bambini dal leggere solo perché pensate che stanno leggendo la cosa sbagliata. Quella narrativa che a voi non piace sarà la strada per arrivare ad altri libri che potreste preferire. E non tutti hanno il vostro stesso gusto».

Neil Gaiman ha proseguito sulla stessa linea, parlando dei più piccoli ma rivolgendosi agli adulti «benintenzionati, che possono facilmente distruggere l’amore di un bambino per la lettura, dandogli libri “utili ma monotoni”». Ha sottolineato che grazie alla lettura si costruisce nell’individuo l’empatia con il mondo circostante: leggendo si impara che «io sono anche qualcun altro, sono ogni altra persona, e quando si ritorna nel proprio mondo ci si ritrova impercettibilmente cambiati. L’empatia è lo strumento per trasformare le persone in gruppi, per permetterci di funzionare in maniera migliore che semplicemente come individui ossessionati da sé stessi».

Ancora una volta Gaiman ricorre a un episodio personale per introdurre un concetto più generale:

«Ero in Cina nel 2007, alla prima convention assoluta sulla fantascienza e il fantasy approvata dal Partito nella sua storia. Ad un certo punto ho preso da parte un funzionario e gli ho chiesto “Perché? La fantascienza è stata ufficialmente messa all’indice per tanto tempo. Cosa è cambiato ora?”. E lui mi ha detto che la risposta era era semplice: “I cinesi erano eccellenti nel replicare una cosa se un’altra persona gli avesse portato il progetto. Ma non innovavano e non inventavano. Non avevano immaginazione. Allora hanno mandato una delegazione negli Stati Uniti, alla Apple, alla Microsoft, a Google, e hanno chiesto alle persone lì, a quelle che progettavano il futuro. Così hanno scoperto che tutte loro avevano letto fantascienza quando erano ragazzi».

L’esempio serve a Gaiman per difendere ulteriormente l’importanza della narrativa, restituendo dignità alla narrativa di “evasione”, contro il pensiero comune che vuole che l’unica letteratura degna di essere letta (dagli adulti come dai bambini) è quella mimetica, che rispecchia il peggio del mondo in cui il lettore vive. Al contrario, solo la narrativa d’invenzione permette di trovare nuovi strumenti e schemi mentali per migliorare il proprio luogo e il proprio tempo, perché fantasticare di altri mondi immaginari sprona a cambiare il proprio. Per spiegare meglio questo concetto usa una metafora:

«Se sei intrappolato in una situazione impossibile, in un posto sgradevole, e qualcuno ti offre una via di fuga temporanea, perché non dovresti prenderla? I libri fanno questo: aprono una porta, mostrano la luce fuori. E più importante ancora, durante la fuga i libri possono farti conoscere il mondo e la tua stessa condizione, ti danno armi, ti danno un armatura, cose che puoi portarti dietro quando devi tornare in prigione. Le abilità e la conoscenza sono strumenti che puoi usare per fuggire davvero. Come diceva Tolkien, le uniche persone che si arrabbiano per una fuga sono i carcerieri.»

Nella seconda parte del suo intervento Gaiman ha parlato del ruolo dell’informazione e si è lanciato in un’appassionata difesa delle biblioteche. Ha ricordato il piacere che provava da bambino andando in biblioteca e l’importanza che i bravi bibliotecari hanno avuto nella sua formazione. Ha sottolineato il fondamentale ruolo che ancora oggi, nel ventunesimo secolo, svolgono le strutture deputate a stimolare la curiosità intellettuale. Chiamando le biblioteche “i cancelli per il futuro” ha inteso sottolineare la centralità di questo luogo nello spazio sociale di una comunità. Siccome le biblioteche sono molto più che un insieme di scaffali, si deve evitare che, nel tentativo di risparmiare qualche soldo, le autorità locali possano essere tentate di chiuderle, perché questo significherebbe «Rubare al futuro per pagare il presente».

Non meno importante è il ruolo che svolgono oggi i bibliotecari, guide necessarie in un mondo dell’informazione che è profondamente cambiato. Come Eric Schmidt di Google ha affermato tempo fa, ogni due giorni la razza umana crea una massa di informazioni superiore a quanto fato dall’alba della nostra civiltà fino al 2003. In questo contesto secondo Gaiman, in questa giungla o mare sconfinato di informazioni, i bibliotecari diventano i timonieri che ci guidano per trovare ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Le biblioteche e con esse tutti i luoghi pubblici di cultura al servizio della comunità assolvono poi a un compito altrettanto vitale: poiché sono luoghi pubblici, liberi e gratuiti, costituiscono anche un accesso libero e gratuito a un computer e dunque a internet. E in un mondo in cui anche la ricerca di un impiego o di una prestazione lavorativa passa essenzialmente dalla rete questo è di fondamentale importanza. A leggere le parole di Gaiman si comprende bene il trasporto con cui lo scrittore vuole difendere il diritto all’emancipazione culturale e alla libertà di acceso al sapere:

«Una biblioteca è un luogo depositario di informazioni e dà a ogni cittadino pari diritto d’accesso. E questo include informazioni sulla salute, o informazioni sulla salute mentale. È uno spazio comunitario, un luogo sicuro, un rifugio dal mondo. L’alfabetizzazione è oggi più importante che mai. Abbiamo bisogno di cittadini globali, che possano leggere comodamente e comprendere ciò che stanno leggendo, capire le sfumature e farsi capire».

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Neil Gaiman durante il suo intervento | Foto: Robin Mayes © Reading Agency

L’ultima parte dell’intervento è stata una vera e propria requisitoria su alcuni dei problemi sociali con cui il Regno Unito deve confrontarsi e sul tipo d’impegno che ci si deve aspettare dai cittadini e dagli intellettuali: per 14 volte la frase è cominciata con uno sferzante “we have an obligation”, “abbiamo l’obbligo, la responsabilità”.

La radice del problema per Gaiman sta nell’alfabetizzazione, se è vero quello che affermano studi internazionali: i figli dei britannici sarebbero meno alfabetizzati della generazione dei propri genitori, e quindi più fragili dal punto di vista della capacità di autodeterminazione e di indipendenza culturale e sociale.

La soluzione proposta da Neil Gaiman corrisponde a un impegno continuo e totale. Qui di seguito riportiamo l’ultima parte del suo intervento e il suo decalogo (anche se i “comandamenti” sono un po’ più di dieci):

I libri sono il modo in cui comunichiamo con i morti, il modo da cui impariamo lezioni da coloro che ci hanno preceduto. Io penso che abbiamo delle responsabilità verso il futuro. Tutti noi – come lettori, come scrittori, come cittadini – abbiamo degli obblighi. Ho pensato di elencarne alcuni qui.

Abbiamo l’obbligo di leggere per piacere, in privato e in pubblico. Se leggiamo, o se altri ci vedono leggere, impariamo, esercitiamo la nostra immaginazione. Mostriamo che leggere è una cosa buona.

Abbiamo l’obbligo di sostenere le biblioteche. Di usare le biblioteche, di incoraggiare altri a farlo, di protestare per la chiusura delle biblioteche. Se le biblioteche non vengono valorizzate, si silenziano le voci del passato e si danneggia il futuro.

Abbiamo l’obbligo di leggere ad alta voce per i nostri figli. Di leggergli cose che gli piacciono. Di leggergli storie di cui noi ci siamo già stancati. Di fare le voci, di renderle interessanti, di non smettere di leggere solo perché sanno leggere da soli.

Abbiamo l’obbligo di usare la lingua. Per metterci alla prova, per scoprire cosa le parole significano e come utilizzarle per comunicare chiaramente. Non dobbiamo provare a congelare il linguaggio, a farne una cosa morta e da riverire. Dobbiamo usarlo come una cosa viva, che scorre, e permettere ai significati di cambiare con il tempo.

Abbiamo un obbligo noi scrittori, e soprattutto noi scrittori per bambini. L’obbligo di scrivere cose vere, particolarmente quando creiamo storie di persone che non esistono in luoghi immaginari: per far capire che la verità non è ciò che accade ma ciò che ci dice qualcosa su ciò che siamo. Dopotutto, la narrativa è una bugia per raccontare la verità. E mentre dobbiamo dire ai nostri lettori cose vere, e dare loro armi e armature, e trasmettere quel poco di saggezza che abbiamo guadagnato nella nostra breve esistenza, abbiamo l’obbligo di non fare la predicare o la ramanzina, di non spingere giù a forza nella gola dei nostri lettori bocconi premasticati di moralità, come fanno gli uccelli quando danno le larve ai loro piccoli. E abbiamo l’obbligo di non scrivere mai per dei bambini, mai e in nessuna circostanza, qualcosa che non vorremmo leggere noi stessi.

Abbiamo l’obbligo di capire che come scrittori per bambini il nostro lavoro è importante, perché se facciamo male il nostro lavoro e scriviamo libri noiosi che allontanano i bambini dalla lettura, abbiamo sminuito il nostro e il loro futuro.

Abbiamo l’obbligo – noi tutti, adulti e bambini, scrittori e lettori – di sognare a occhi aperti. Abbiamo l’obbligo di immaginare. È facile far finta che nessuno possa fare niente per cambiare il mondo, che la nostra società sia enorme e che gli individui non contino nulla. Ma la verità è che gli individui possono cambiare il loro mondo, gli individui danno forma al futuro e lo fanno immaginando che le cose possono essere diverse.

Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Non lasciare il mondo più brutto di quanto lo abbiamo trovato, non svuotare gli oceani, non lasciare i nostri problemi alle generazioni future. Abbiamo l’obbligo di pulire dopo il nostro passaggio, e non lasciare ai nostri figli un mondo che in maniera miope abbiamo incasinato, deprivato, menomato.

Abbiamo l’obbligo di dire ai nostri politici cosa vogliamo, e di votare contro i politici – di qualunque parte siano – che non capiscono il valore della lettura nella creazione di cittadini consapevoli, e che non vogliono agire per preservare la conoscenza e incoraggiare l’alfabetizzazione. Non è una questione politica, è una questione di umanità.

Ad Albert Einstein fu chiesto una volta come fosse possibile rendere i bambini più intelligenti. La sua risposta fu semplice e genale: “Se volete che un bambino sia intelligente leggetegli delle favole. Se volete che diventi più intelligente, leggetegli più favole”. Aveva capito il valore della lettura e dell’immaginazione. Spero che potremo dare ai nostri figli un mondo in cui leggeranno, e saranno letti, e immagineranno, e capiranno».

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